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Racconti di Vita

Un’ “avventura” di famiglia tra accoglienza e amore

Mentre mi accingo a scrivere questa mia testimonianza, ho l’occasione di riflettere su come la vocazione di mio marito e mia alla genitorialità, sia stata sempre benedetta da Dio che più volte ci ha chiamati ad essere genitori, senza mai abbandonarci.

Già prima del matrimonio avevamo parlato di accogliere figli naturali e anche adottivi. Siamo stati subito presi in parola!! Dopo tre anni di matrimonio non arrivava nessuna cicogna. Così abbiamo inoltrato le pratiche per l’adozione con gioia e speranza.
La prima bambina che ci era stata proposta veniva da un’altra regione ed era affetta da Epatite C. Eravamo giovani ed, essendo medici, conoscevamo bene la gravità di tale patologia ed eravamo un po' spaventati, ma abbiamo accettato pensando che Dio ci avrebbe aiutato. Ecco la “prima chiamata”; ma il Tribunale ci comunicò che questa bambina era stata già adottata.
Successivamente un’altra “chiamata” per un’adozione: un neonato con un probabile problema agli arti inferiori; non era chiaro, poteva trattarsi di una spasticità. Avevamo tre ore di tempo per decidere. Io e mio marito abbiamo pensato che Dio affidava questo bambino proprio a noi, e, sebbene avessimo paura, abbiamo accettato. Quando G. è entrato nella nostra casa ho potuto vedere che non aveva alcun problema neurologico e si trattava soltanto di una conformazione dei piedi. È stato come un sole raggiante che ha illuminato ogni istante della nostra vita portando una grandissima gioia. Ora ha 17 anni ed è un ragazzo molto sereno, studia, pratica il calcio e ha amici nella Parrocchia e nell’Oratorio con cui condivide tanti momenti della sua vita di adolescente. Mi ritrovo spesso a pensare alla madre naturale di G., ho pregato per lei ringraziandola di aver dato la vita a “nostro figlio” e benedicendola per la sua generosità. Vorrei dirle che ho custodito il suo bambino, che è quasi un uomo, che lo amiamo tantissimo. Le auguro ogni bene e prego che sia serena.
Due mesi dopo l’arrivo di G., sono rimasta incinta. Erano passati 5 anni dal nostro Matrimonio e non mi sembrava più possibile poter avere un figlio naturale. Lo abbiamo considerato un miracolo dell’amore di Dio che attraverso la gioia di G., aveva dato una qualche botta ormonale che aveva reso possibile la gravidanza. Ed ecco mi trovavo in attesa di una bambina. Al 5° mese ho iniziato a presentare minacce d’aborto e sono stata ricoverata all’ospedale. Sono rimasta a letto 90 giorni con flebo continue per il rischio di perdere la bambina. Contavo disperatamente settimane e giorni, dalla 22ª sett. dovevo arrivare almeno alla 32ª, tra farmaci e tanto letto. Dovevo farcela! Ho iniziato a pregare continuamente affidandomi alla Madonna di Lourdes. Mi avevano anche portato una reliquia di Padre Pio (non sono molto devota ai Santi), ma in quel momento Egli mi appariva di conforto e mi sono affidata alla sua intercessione presso nostro Signore.
Un ginecologo in ospedale mi ha detto che la bambina aveva una cisti cerebrale di 6 cm. In quel momento non ho avuto alcuna paura perché la bambina era già parte della mia vita, e l’avrei accettata così com’era. Qualunque cosa fosse, avrei lottato per farla nascere. Qualche giorno dopo mi comunicarono che si era trattato di un errore, non c’era alcuna cisti e la bambina era in ottime condizioni. Solo in seguito ho capito che il Signore mi stava preparando a quanto avrei dovuto affrontare in seguito.
Soffrivo fisicamente e, spesso, avevo paura di non farcela. Nel frattempo nella mia stanza di ospedale venivano ricoverate ragazze adolescenti che entravano per interruzione volontaria di gravidanza. Non era facile per me, anzi era atroce. Avrei voluto fermarle in qualche modo, accogliere il loro bambino. Ma ero bloccata a letto con una flebo continua. La cosa più difficile era parlare con loro dopo che rientravano dalla interruzione di gravidanza con un “senso di liberazione”. Ma sentivo che dovevo aiutarle, con delicatezza ad affrontare ciò che era accaduto. Non so se qualcosa sia rimasto di quelle nostre confidenze, ma lo spero.
M. è nata solo lievemente prematura, senza alcun problema apparente, bellissima come l’avevo sognata ogni giorno in quei mesi difficili, ma pieni di speranza e preghiere. Mio marito, il mio figlioletto G. e la mia famiglia mi avevano sostenuto continuamente, ognuno per come aveva potuto. Dopo alcuni mesi, mi sono accorta che qualcosa non andava, M. cresceva bene, ma all’età di 9 mesi, forse dopo un episodio febbrile importante, improvvisamente aveva smesso di sorridere e di voltarsi quando la chiamavo. Inoltre non emetteva suoni e trascorreva la notte sveglia senza lamentarsi. Non giocava e non ricercava l’attenzione di alcuno. Nel giro di poco tempo la mia vita sembrava cadere a pezzi: la osservavo continuamente e vedevo sempre più chiaro ciò che a breve sarebbe stato inesorabilmente diagnosticato. M. era autistica e, purtroppo, una forma severa. Non ha mai parlato e tutt’ora la sua autonomia è abbastanza limitata. Ricordo che al momento della diagnosi il dolore è stato terribile. Mio marito era calmo. Io invece pensavo che non avrei mai potuto parlare con mia figlia, che lei non avrebbe mai giocato con una bambola, che non si sarebbe mai sposata, che sarebbe stata infelice. In pratica pensavo che niente di ciò che avevo sognato per lei si sarebbe avverato. Mio marito mi ha detto subito: “Non preoccuparti, per essere felici non occorre essere normali”. Queste parole semplici, ma vere, le ho subito scolpite nel mio cuore. Ho capito che dovevo rinunciare al mio sogno su quella figlia, e vederla nel suo meraviglioso essere diversa, un po' strana, ma speciale. Ancora un sì alla chiamata di Dio, una chiamata ancora a essere madre, ma una madre a cui era chiesto di rinunciare a sé stessa per fare spazio alla Volontà di Dio. Mi ricordo che quando sono stata ricoverata a Milano per la diagnosi di M., che all’epoca aveva due anni, entrando in una Chiesa proprio all’ingresso, ho trovato una statua di Padre Pio a braccia aperte. Pareva mi dicesse “Ti aspettavo figlia mia. Io ci sono per darti fiducia, il Signore non ti abbandonerà mai”. E ogni volta che le persone mi dicevano che eravamo stati sfortunati e che non ce lo meritavamo “proprio noi”, sapevamo e ci sentivamo, invece, immensamente fortunati, amati da Dio e con una “missione speciale”: cercavo di ricordarmi che Dio ci ha creato per essere felici e che avrei fatto di tutto perché G. e mia figlia M. lo fossero.
Ma non è stato affatto facile. Sono stati anni molto duri, tra notti insonni e stanchezza infinita, momenti di lacrime e altri di gioia, piccoli progressi e momenti di regressione nello sviluppo di M., terapie e viaggi nella speranza di individuare trattamenti validi. G. ci aiutava molto con la sorellina e capivamo che davvero lui era “dono del Signore”, che non solo noi eravamo stati scelti per lui, ma anche lui per noi per accompagnarci. Il Signore ci aveva dato una grande gioia perché potesse consolarci. Cercavo di dare a lui tante attenzioni affinché avesse il suo spazio e sentisse di essere amato allo stesso modo della sorella. Ogni viaggio “della speranza” si trasformava in una divertente gita per nostro figlio, a cui cercavamo di far vivere tutto come un gioco o un momento speciale per la nostra famiglia.
Sentivo che dovevo ancora dire sì alla vita proprio in quel momento che tutto sembrava crollare, così si faceva strada dapprima in me e poi in mio marito, il desiderio di essere ancora genitori.
Abbiamo avviato le pratiche di un’altra adozione quando M. aveva tre anni. Abbiamo pensato che se non fosse stata volontà di Dio, la pratica si sarebbe interrotta e avremmo capito durante l’iter cosa fare. Invece doveva essere nel progetto di Dio, perché dopo due anni siamo stati chiamati per il Vietnam. Non era nei nostri propositi dichiarati all’Ente per le Adozioni spingerci così lontano, speravamo un paese più vicino come quelli dell’Est. Mia madre era molto spaventata e tentava di scoraggiarmi. Io sentivo forti quelle parole di Gesù, quando era stato ritrovato nel tempio all’età di 12 anni, dopo essersi allontanato all’insaputa dei suoi genitori, “non sapete che devo fare le cose del Padre mio?”. Ero certa che dovevamo seguire questa strada.
In quel momento una emergenza in Vietnam rendeva necessaria la disponibilità di tutte le coppie in lista di attesa per l’adozione. Con il sostegno di mio marito ancora un altro sì e siamo partiti, affidando con una certa pena i bambini ai nonni materni per circa un mese. Mia madre si è presa cura con grande amore dei nipotini, mettendo da parte la sua grande preoccupazione per amore mio. Riuscivamo a sentirli ogni giorno e presto siamo ritornati con Marco Tinh che aveva 7 mesi, dopo aver tentato di chiamarlo invano con il suo nome originale. Infatti, si voltava solo se lo chiamavamo Marco (il nome lo aveva scelto già prima di partire nostro figlio G. che all’epoca aveva 6 anni). È stato amore a prima vista e si è legato a noi immediatamente. Eravamo ancora madre e padre con tanto amore per quel bambino affidatoci da Dio. Prego ancora anche per sua madre, che per qualche motivo ha rinunciato a lui, perché sia viva e stia bene e la benedico.
Sogno un mondo in cui tutte le madri potranno tenere i loro bambini perché saranno aiutate a farlo, ma anche madri capaci di allargare il cuore per accogliere anche i figli di quelle donne che non possono tenerli, o che sono rimasti orfani.
La nostra vita si è quindi ulteriormente complicata e il da fare non manca mai. Se ripenso a tutto, vedo sempre la presenza di Dio nella mia vita e in quella della mia famiglia, e spero di essere degna sempre di questi doni. Questi figli sono infatti il dono più grande che ho ricevuto e li ringrazio tutti e tre per avermi resa madre e per avermi dato la possibilità di conoscerli e amarli. Li ringrazio anche perché spesso mi inducono a rinunciare al mio egoismo e a rendermi migliore. Ringrazio anche mio marito che mi ha accolto nella sua vita e che mi ama come sono, condividendo insieme a me questa avventura di famiglia.
Sono certa che la famiglia vive e cresce nella gioia solo se ha la presenza di Gesù, proprio come la famiglia di Nazareth dove a Maria e Giuseppe nulla mancava perché Lui era con loro e rendeva unica la loro vita.



Daniela

                  

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