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I diritti dell’embrione: l’embrione “uno di noi”

Perché si ha paura della verità sull’embrione? Quali sono i fondamenti scientifici che dicono che l’embrione è uno di noi? Quali sono i diritti che ha e perché possiamo affermare che l’embrione è “uno di noi”?
Innanzitutto, l’embrione è un protagonista, e questo lo dice la scienza.
Ha un’identità umana (46 cromosomi), ha una sua individualità ben precisa, una sua unicità (e questo è certificato dalle sequenze degli aminoacidi che sono specifici per ognuno di noi); ha un’autonomia biologica: subito dopo il concepimento, già prima dell’impianto, l’embrione riesce a sopravvivere 8 giorni senza fonti ossigenative dirette ma
utilizzando l’energia trasformata dal materiale tubarico che circonda le nostre cellule iniziali, riesce quindi ad innescare dei meccanismi di shift metabolico, cioè riesce a cambiare le fonti di energia; dirige insieme alla madre il progetto genomico e poi, soprattutto, parla con la madre, il cosiddetto cross talk, cioè un linguaggio, una serie di segnali per dire “io ci sono”.
Tutto ciò se guardato da un punto di vista poetico è bellissimo, ma se lo guardiamo da un punto di vista scientifico è stupendo! Se pensiamo, infatti, che ognuno di noi ha il corredo cromosomico per il 50% del proprio padre, ne deriva che dovremmo essere stati tutti rigettati dall’organismo materno; e allora perché pur avendo il 50% di diversità da nostra madre siamo stati accettati? Il motivo sta in questo “colloquio”, questo scambio di segnali immunologici, biochimici e ormonali, che permette alla madre di riconoscere il figlio e di poterlo accettare nell’impianto.
Poi c’è un secondo aspetto: l’embrione è relazionato, questa relazione è molto più di uno scambio in termini biologici; è una relazione molto complessa con delle conseguenze e degli effetti che mostrano, tra l’altro, come l’embrione sia “un attivo direttore d’orchestra del suo impianto e del suo destino futuro” (British Medical Journal, editoriale novembre 2000) fin dal primo giorno, e di come il suo protagonismo riesca ad andare oltre se stesso e, addirittura, a produrre effetti anche sulla salute della madre.
Lo scambio di messaggi dell’embrione con la madre è la condizione indispensabile affinché si abbia un “buon impianto” da cui deriverà una normale “trofoblastizzazione”, ovvero la formazione di una placenta che permetterà lo scambio ottimale di ossigeno e nutrizionali fondamentali per la crescita dell’embrione e del feto. Ciò influenzerà il peso del bambino alla nascita che, a sua volta, come evidenziato da diversi studi, è legato al manifestarsi di alcune patologie infantili, adolescenziali e anche di alcuni disturbi nell’età adulta.
Se ne evince che, questa relazionalità dell’embrione, che lo caratterizza fin dal primo attimo della sua esistenza, è espressione di un momento importantissimo che validerà la salute e la vita futura dell’essere umano. Ma c’è di più.
Alcuni studi hanno mostrato che il feto, in alcuni casi, è medico della madre. Vi sono evidenze scientifiche su come le cellule staminali del figlio passino la placenta e vadano a circoscrivere o tumori tiroidei o problemi epatici. Il figlio, dunque, cura la madre.
Tutto ciò attesta quanto forte sia questa relazione simbiotica tra il figlio e la madre; talmente forte che quando questa viene interrotta, la donna può soffrire di depressione, a volte anche molto grave (e si tratta di un’evidenza scientifica) e, quindi, si compromette la sua salute psicologica.
Il terzo aspetto, il terzo diritto, nasce dal fatto che oggi, il feto in utero è un paziente a tutti gli effetti. Con tecniche invasive di terza generazione, ecoguidate, possiamo andare dentro il corpo del bambino, fare prima una analgesia per non fare sentire il dolore, ed intervenire, ad esempio, per aspirare liquidi pericolosi per la vita del bambino (passando, in questi casi, a sopravvivenze che dal 12 -15% arrivano al 79%) e non solo.
Quindi ci sono tre punti fondamentali da sottolineare: l’embrione è un protagonista, è relazionato e può essere curato.
Sono tre elementi scientifici di grande evidenza, supportati da una grossa letteratura scientifica, che dimostrano che il feto è un individuo umano, una persona relazionata. Esistono quindi le basi per i diritti dell’embrione, ci sono le basi per affermare che è “uno di noi”.
 
Prof. Giuseppe Noia
 

                  

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