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Il Professore ci spiega

Il valore della Vita e la simbiosi materno-fetale

Si sente spesso parlare di “preziosità della vita umana”, della “bellezza” e del “valore” della vita, dando quasi per scontato che si tratti di un valore universalmente condiviso.

L’attuale realtà sociale, invece, ci mostra ben altro. Sempre più spesso il diritto alla vita si piega e si spegne sotto la pressione delle logiche di una società che tenta di sopprimere tutto ciò che non rientra nei suoi canoni (oggi più che mai discutibili): tutto ciò che non è “perfetto”, tutto ciò che può creare uno “spreco” di denaro per la società, tutto ciò che crea sofferenza. Il problema reale, del ricorso a questo criterio di “massima efficienza” sta nel soggetto verso cui è indirizzato: il bambino che deve ancora nascere, l’uomo. Ne deriva una vera e propria “selezione” dell’uomo su sé stesso.
L’attuale sistema sociale, probabilmente nella consapevolezza della deprecabilità di tale approccio (che va a gravare sul nascituro affetto da patologia, ovvero, un essere totalmente indifeso), tenta di creare delle regole, delle “attenuanti”, per giustificare e rendere giuridicamente e socialmente lecito ciò che è umanamente aberrante.
L’evidenza più grande di questa cultura ingannevole che cerca di fuorviare le coscienze, si ritrova nella pratica, sempre più diffusa, di rispondere a tutta una serie di condizioni che si possono verificare nel corso di una gravidanza, con l’indicazione dell’aborto volontario come via risolutiva, una sorta di “cura” (si usa spesso il termine “aborto terapeutico”, che di terapeutico non ha assolutamente nulla!). Allo stesso modo, il tentativo di individuare un periodo entro il quale è “lecito” ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza, oppure delle casistiche (malformazioni o malattie del feto, ad esempio) che consentono legalmente di accedere a tale pratica, è solo un modo per cercare di rendere più semplice e “tollerabile” il ricorso all’aborto.
In realtà, per quanti sforzi si possano fare in tal senso, rimane sempre un fatto: il fondamento dell’essere umano è inscindibilmente legato al mistero della vita e la natura stessa dell’essere umano viene compromessa da una cultura che cerca nella morte la risoluzione dei problemi che la vita stessa pone lungo il cammino.
Le prime a subire pesantemente le conseguenze di questa spinta verso la negazione della vita, sono le future mamme alle quali, in caso di problemi nel corso della gravidanza (o presunti tali), viene spessissimo, e con estrema facilità, consigliato l’aborto, senza che sia loro fornita un’informazione scientificamente fondata e senza che sia fornita loro un’alternativa all’aborto (tra l’altro prevista dalla stessa legge 194/78) e negando quindi il diritto, quantomeno, alla scelta tra la vita e la morte del proprio bambino.
Questo modo di agire ignora, da un punto di vista medico-scientifico, il legame forte e unico che si crea, fin dal concepimento, tra la madre e il bambino, e le ferite che il distacco dal bambino, soprattutto se causato da un aborto volontario, crea nella madre e in tutta la famiglia.
 
È scientificamente provato che la simbiosi che si instaura tra la mamma e il proprio bambino è immediata e senza soluzione di continuità. Il cosiddetto Cross-talk, la comunicazione tra madre e figlio, è una delle più belle manifestazione del legame indissolubile che li unisce. Il bambino parla con la madre attraverso un linguaggio, una serie di segnali per dire “io ci sono”. Se pensiamo, infatti, che ognuno di noi ha il corredo cromosomico per il 50% del proprio padre, ne deriva che dovremmo essere stati tutti rigettati dall’organismo materno; e allora perché pur avendo il 50% di diversità da nostra madre siamo stati accettati? Il motivo sta in questo “colloquio”, questo scambio di segnali immunologici, biochimici e ormonali, che permette alla madre di riconoscere il figlio e di poterlo accettare nell’impianto. Tutto ciò se guardato da un punto di vista poetico è bellissimo, ma se lo guardiamo da un punto di vista scientifico è stupendo!
Tutta la letteratura scientifica che parla della relazione tra il figlio e la madre, evidenzia come il feto in utero sia profondamente relazionato con la madre e come questa relazione inizi subito, nei primi 6/8 giorni. Oggi sappiamo che tutto lo sviluppo della neurosensorialità è espressione di un’intima relazione tra madre e figlio e addirittura che il feto può diventare “medico della madre” (la scienza medica prenatale e la biologia della procreazione riportano molti esempi di cura sul piano biologico e clinico di affezioni materne del fegato e della tiroide “curate” dalle cellule staminali ”guaritrici” del figlio). La cosa ancora più sorprendente è che questa cura del figlio verso la madre, può avvenire anche sul piano psicologico (dalle evidenze degli studi analitici, il feto sembrerebbe rivestire un ruolo psicoterapeutico nei confronti della madre).
Tutto ciò attesta quanto forte sia questa relazione simbiotica, talmente forte che, quando questa viene interrotta, la donna può soffrire di depressione, a volte anche molto grave (e si tratta di un’evidenza scientifica) e, quindi, si compromette la sua salute psicologica.
Di questa relazione tra l’aborto volontario e la salute psichica delle donne, nonostante le evidenze scientifiche, si parla ben poco, probabilmente perché si andrebbe ad evidenziare un’incongruenza di fondo della stessa Legge 194/78, che individua nell’aborto una pratica medica finalizzata a tutelare la salute psichica della donna e che invece la danneggia; ne verrebbe meno, quindi, uno dei presupposti fondamentali.
Da quanto detto si evince la necessità di fermarsi a riflettere sul valore della vita, di mettere le future mamme nella condizione di poter compiere scelte ponderate e consapevoli, attraverso un lavoro di informazione scientifica corretta. È doveroso che sia riconosciuto il loro diritto a scegliere, anche nell’ipotesi di incompatibilità con la vita, di far nascere, accompagnare, curare il proprio bambino, alla luce proprio di quell’imperscrutabile legame che li terrà inscindibilmente uniti anche nell’eventuale distacco. È doveroso, inoltre, pensare ad un sistema di assistenza medica (e non solo) che, indipendentemente dalla condivisione o meno della scelta di portare avanti la gravidanza, garantisca alle donne e alle famiglie tutto il sostegno necessario per portare a compimento un progetto genitoriale che, pur nelle avversità e nelle condizioni più estreme, si realizza pienamente attraverso l’accoglienza e l’amore verso il proprio figlio.
Approfondimento

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♦ Angelo Serra - “L’uomo embrione. Questo misconosciuto” - Cantagalli
♦ Mancuso, M. Zezza - “La prima casa” - Poletto 2009.

Tratto dall'opuscolo informativo- divulgativo:
"Le Cure Prenatali.
Nuovi percorsi di risposta
alla diagnosi prenatale patologica".


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